Un protagonista antico nel poema per una 'Rosa'

 

E' in libreria una nuova opera di Franco Scataglini, La rosa, prefata da Cesare Segre ed edita da Einaudi. Il poeta cui e' stato conferito proprio quest'anno il Ciriachino d'oro» dal comune di Ancona, aveva pubblicato in precedenza E per un frutto piace tutto un orto (1973), So rimaso la spina (1977), Carta laniena (1982) e Laudario, opera questa inserita nell'antologia Rimario agontano curata da Franco Brevini ed edita nel 1987 da Scheiwiller. In quelle raccolte il poeta introduceva il lettore in un mondo tremendamente reale eppure avvolto nell'incanto di un linguaggio e di uno stile personalissimi. Vi si rivelava una tensione filosofica costante, velata di malinconia. Le rime arrivavano dritte all'anima come una spada tagliente. Vecchi luoghi osservati come meandri da uno sguardo interiore che sembra trasformare in oro tutto cio' su cui si posa, dove ogni luogo ed ogni dettaglio, chiesa, strada, muro, mattone, reca la persistente ed incancellabile traccia dell'uomo e della sua intricata esistenza. Il dialetto anconitano rivestito di arcaico, reso conforme all'universo stilistico del poeta, accelerava in modo trepidante il passaggio dalla pagina al cuore. I ricordi, i vecchi rioni, l'amore erotico e tormentato, trasportati dalla musicalita' del verso proiettavano l'umano sentire, e la terra da cui esso e' circoscritto, in questo caso una citta' di provincia, quindi di margine, in un cosmo senza tempo. Eppure proprio in quegli anni di rovello venivano gia' annunciandosi i nuovi incanti de La rosa. Gia' in So' rimaso la spina, una quartina alludeva, nel turbinio delle emozioni, al sogno riconciliato dell'ultima sua opera: Hai puntato `na rosa/ roscia de sopra al core./ Mai se vide sta cosa:/ sopra el vulcano, el fiore».
Per entrare nel merito di questo poemetto si deve subito mettere in rilievo l'originalita' dell'impresa: Scataglini riscrive un frammento dell'antico poema francese in lingua d'Oil, il Roman de la Rose usando una nuova lingua medievaleggiante dove convivono il dialetto anconitano, latinismi, arcaismi letterari e scherzose puntate nel parlato d'oggi. Poesia di contrasti, e' stato notato, tra uno stile ricercato ed espressioni familiari, fra un'atmosfera duecentesca e lampi di modernita', fra momenti intensi e sorrisi maliziosi. Ma anche poesia unitaria, fluente nella sua vena narrativa, molto fedele al poema francese con cui si confronta. Non si tratta di una traduzione ma di una reinvenzione linguistica e poetica libera e folgorante al punto da rendere persino ammirata la prefazione di di uno studioso illustre come Cesare Segre: E' difficile interrompere l'esemplificazione», scrive: ovunque luccicano i segni della maestria». In che cosa differisce La rosa dalla precedente opera del poeta anconitano? Qui siamo chiamati a risognare un antico sogno, siamo condotti in un giardino incantato, pieno di colori sgargianti, manifestazione paradisiaca di una natura incontaminata, popolato di personaggi e da una fauna armoniosa ed innocente. Dalla figura umana al filo d'erba, nulla e' lasciato al caso. Come un velo di rugiada l'allegoria copre ogni cosa. L'immagine di questo Eden e il districarsi in esso del timido poeta protagonista portano lontano la mente e la sensazione di perfetto distacco dal mondo e' resa impareggiabilmente. I personaggi, il loro ruolo e cio' che rappresentano in chiave allegorica, descritti da Scataglini nella sua lingua, assumono uno spessore, una profondita' ed una modernita' che richiamano, pur nella dilettosa prigione di un rifugio onirico, la sofferta e gioiosa realta' dell'esistere.

 

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di Claudio Bizzarri in "La gazzetta di Ancona" 15 Settembre 1992